E così la “kermesse” referendaria ‘lombardo-veneta’ per l’“autonomia” si è conclusa con un “embrassons-nous” che vede stringersi gli uni agli altri leghisti, piddini e pentastellati in un comune afflato criptosecessionista. Solo i vescovi, dando prova di essere persone infinitamente più serie di quel ceto politico miserabile che governa le Regioni e lo Stato centrale, hanno avuto il coraggio di mettere in guardia da un processo che conduce allo “spezzettamento” del Paese, mentre il principale organo di stampa della borghesia, il “Corriere della Sera”, ha scelto di svolgere il ruolo, peraltro consueto, di tamburino della reazione e dello straniero, riconoscendo nella succitata “kermesse”, con le sue inequivocabili risonanze tirolesi-bavaresi, “la voce del nord che va ascoltata”.
Sennonché, se è legittima l’esultanza del governatore del Veneto, dove più della metà degli elettori di tale regione si è pronunciata a favore dell’autonomia, è del tutto fuori luogo quella del governatore della Lombardia, dove quel progetto reazionario ha riscosso, sia in termini di partecipazione che di consensi, il suffragio di poco più di un terzo degli elettori, pur giovandosi di un sistema elettronico di tipo americano che alla prova dei fatti si è rivelato tanto dispendioso quanto inefficiente (circostanza, questa, che ha conferito un carattere decisamente ridicolo alla consultazione lombarda). Così è spettato al leghista Zaia manifestare la cruda sostanza del progetto, che è quanto dire l’essenza del ‘federalismo dissociativo’, rivendicando, ad urne chiuse, l’attribuzione alla Regione Veneta di “tutte le 23 materie” cosiddette “contendibili”, laddove risulta evidente che tale rivendicazione è il frutto della riforma costituzionale del 2001 (artt. 118-132): una vero e proprio vaso di Pandora foggiato dal PD che, illudendosi di tagliare l’erba sotto i piedi alla Lega Nord, fece proprio il disegno cripto-secessionista “costituzionalizzandolo’ e, col porre sullo stesso piano lo Stato centrale e le Regioni, aprì la via ad un “federalismo” (non “solidale” ma) “dissociativo”, che rischia ora di sfociare nella disgregazione della repubblica italiana (la Catalogna è sempre più vicina?).
In realtà, i referendum che si sono svolti in Lombardia e nel Veneto sono un epifenomeno di quel capitalismo piccolo-borghese che costituisce il referente socio-economico e ideologico della Lega Nord: un capitalismo che, rientrando nelle filiere produttive aventi il proprio terminale in Germania, svolge un ruolo subordinato di ‘contoterzista’, che ovviamente gli riserva, nella ripartizione dei profitti, un margine ristretto (il regolatore della spartizione è infatti il committente, non il fornitore). Il significato strategico della questione fiscale per il blocco sociale di cui la Lega Nord è l’espressione amministrativa scaturisce da questa base economica e consiste, quindi, nella riduzione dei costi e nell’adattamento del territorio ai bisogni espressi dai localismi manifatturieri (infrastrutture, sicurezza, servizi ecc). Tutto il resto, dall’appello corporativo (“siamo tutti nella stessa barca”) alla polemica contro “Roma ladrona” e alla drammatizzazione della questione dei migranti, rappresenta una panoplia propagandistica che viene utilizzata per acquisire il consenso passivo di masse sfruttate prive di coscienza di classe e tace sistematicamente sui fenomeni colossali della corruzione, della presenza mafiosa, del ‘lavoro nero’ e dell’evasione fiscale, che stanno facendo del settentrione il principale motore dell’accumulazione extra-legale del nostro Paese. Una panoplia propagandistica falsa e mistificante, che le forze politiche opportuniste, non potendo e non sapendo esercitare un’azione di smascheramento e di contrasto, hanno finito con l’avallare ed assumere in proprio. Ma in tal modo, piddini e pentastellati hanno concesso sempre più spazio alla Lega Nord e al secessionismo anti-unitario, dimostrando la loro natura organicamente retriva e la loro incapacità di suscitare un autonomo consenso fra le masse.
Circolo Culturale Proletario di Genova
Ottobre 2017